giovedì 28 maggio 2020

Non so se avete seguito sui giornali la triste vicenda del Monastero di Bose,ove ,a seguito di insanabili tensioni interne e chissà cos'altro, è stata chiesta una sorta di ispezione da parte del Vaticano che ha portato all'espulsione dal monastero del fondatore Enzo Bianchi e di altri tre monaci .
Ovviamente non conosco i retroscena della storia e non ho nessuna voglia di parteggiare per gli uni o gli altri(come già sta accadendo) ma solo riflettere sulla tristezza ,tutta umana, della vicenda.
Padri spirituali e figli spirituali che si disconoscono a vicenda, compagni spirituali che non si sopportano più e chi più ne ha più ne metta, nulla di nuovo, cose viste mille volte.
Non cadiamo nella solita semplificazione: i soliti giochi do potere dei cattolici, perchè è già successo anche in altre tradizioni, Buddhismo compreso.
Di gruppi di Dharma che sono esplosi o implosi, con cacciata di insegnanti, guerre intestine fra allievi la storia è piena.
Bose, luogo simbolo di un cristianesimo aperto e dialogante, ci aveva illuso di essere al di sopra di certe piccolezze e invece, eccole lì.
Comunque vada a finire, con una forzata riconciliazione, con una nuova fondazione da parte dei "cacciati" ,sarà comunque una ferita difficile da rimarginare.
Tutto questo ci faccia riflettere sulla nostra fragilità, sulla nostra insipenza umana e spirituale, anche dopo una vita di preghiera o meditazione, e ci renda più attenti, umili e compassionevoli, con noi stessi e con gli altri.
Homo sum, humani nihil a me alienum puto(Sono un uomo,nulla che sia umano mi è estraneo)

domenica 24 maggio 2020

Lo zen di questa stanza: Junkei anno 2017 di [Mario Fatibene Nanmon]
Su amazon, per pochi euro potete acquistare questo squisito libretto di Mario Nanmom Fatibene, il maestro del centro Zen di Torino.
Poche dense pagine di riflessioni profonde e semplici al contempo.
Un bel tuffo nell'approccio zen al quotidiano.......
Una lettura stimolante.

sabato 16 maggio 2020


Dilgo Khyentze era un uomo “grande” oltre che un grande uomo, aveva un fisico imponente , alto e corpulento pareva una montagna.
Una montagna di pura gentilezza e forza che si esprimeva in quei sorrisi incommensurabili che ti donava e in quegli sguardi intensi dove una luce pareva scoccare fra le palpebre pesanti.
Era uno dei Lama più conosciuti della tradizione Niyngmapa, e dopo la morte di Dudjom Rimpoche  ne divenne il capo, era riconoscibilissimo, col suo passo pesante e suoi due metri di altezza.
Eravamo andati a visitare un Tempio in Nepal quando davanti all’ingresso trovammo un Naljorpa ( un eremita tibetano, il corrispettivo dei Sadhu Hindu) che lo riconobbe, guardò dapprima noi, con uno sguardo disgustato, poi lui con atteggiamento di sfida, prese da terra un po’ si sterco e se lo mise in bocca dicendo: “ecco….grande Lama: solamente un gusto!  volendogli dimostrare il suo completo non attaccamento e la più perfetta equanimità.
Rimpoche lo guardò non gentilezza, sorrise, estrasse dalla borsa un dolcetto e se lo mise in bocca “ solamente un gusto!” ribattè ,facendoci segno d andare oltre, mente l’asceta rimaneva lì con aria stupita.
Era solito spiazzarci ,togliendoci ogni punto di riferimento, ogni pseudo certezza acquisita ,per liberarci da ogni legaccio mentale.
Quando fui sul punto di tornare a casa, ebbi un colloquio personale con lui e gli chiesi il permesso per creare un centro Niyngmapa in Italia , mi guardò con aria stupita” niyngmapa?, ma significa antichi…e  quindi vicini alle origini ,ma anche andati un po’ a male! “ rise di gusto” lascia stare le etichette, se te la senti insegna quello che hai imparato qui, ma senza schematismi, insegna a meditare e basta, non è neanche necessario il termine Buddhista….lascia stare, devi essere un Buddha e non un Buddhista!”.
Prese la tazza del tè, ne bevve un sorso “devi offrire da bere il tè,non la tazza! Il contenitore non è importante”
Ero spiazzato , se ne accorse e mi sussurrò in un orecchio:” tu pensi di essere solo un Buddhista? Un Niyngmapa?, Beh allora se un po’ limitatino….” Rise di nuovo :” bisogna essere spaziosi come il cielo, senza limiti, questa è l’essenza della pratica”.
Fece un gesto chiaro e definitivo….era tutto, potevo andare.

venerdì 8 maggio 2020

UN INCONTRO




 Assisi, un agosto caldo e appiccicoso, sono stato invitato alla “Cittadella” per un convegno interreligioso con relatori prestigiosi, io devo rappresentare il Buddhismo Italiano
Sono cinque giorni di relazioni, lectio magistralis, tavole rotonde e seminari a piccolo gruppo, praticamente un’orgia di idee, pensieri, discussioni.
Non so neanche io perché , ma scopro che nel primo pomeriggio ci sono un paio di ore libere e chiedo agli organizzatori  se posso infilarci un momento di meditazione, mi lasciano fare , concedendomi una ampia sala.
Non certo per la mia bravura e tantomeno per la mia fama, ma la sala si riempie, ogni giorno un centinaio di partecipanti al convegno viene a sedersi in silenzio per un’ora.
Giorno dopo giorno, per tutta la durata del convegno , uomini e donne, religiosi e laici vengono a sedersi per gustare un po’ si silenzio.
L’ultimo giorno, sono fuori dall’auditorium dove un relatore sta dottamente parlando degli orizzonti dell’ecumenismo, una signora sconosciuta mi si avvicina e mi dice: “ quante parole…troppe!   “ sorride, quasi imbarazzata : “ volevo ringraziarla del silenzio che ci ha donato, è stato un momento prezioso!”  ,china un poco la testa in una sorta di inchino, si volta e rientra nella sala.
Non l’ho più rivista, ma la sua semplice gratitudine è rimasta con me.

martedì 5 maggio 2020

Questo doveva essere su Vivere Consapevolmente ma è stato tagliato dall'editore


GRATUITA’ E PRODUTTIVITA’- IL LAVORO COME VIA

E’ possibile pensare all’attività lavorativa ,non solo realtà frustrante ,ma come via di realizzazione? La regola di  San Benedetto  indica la via dell’ora et Labora, laddove il lavoro è ugualmente importante della preghiera e ,anzi, ne è parte integrante, Il Maestro  Zen Hyakujo disse:un giorno senza lavoro, un giorno senza cibo, facendo sì che il monachesimo giapponese non si fondasse pù sull’elemosina ,ma sul lavoro per l’autosostentamento, lavoro svolto con attenzione meditativa , in modo da diventare ,a tutti gli effetti una continuazione della pratica.
Ora viviamo i una società e in ambienti altamente competitivi e con una richiesta di produttività ,spesso, esasperata ,possiamo, nonostante tutto, di rendere il luogo di lavoro un luogo di pratica?
Se la meditazione è uno stato della mente  ,aperta e totalmente consapevole, questo stato mentale può essere utilizzato in qualunque situazione, lavoro compreso.
Se io entro in ufficio o in fabbrica con una mente fresca, curiosa, aperta, posso lavorare in un’ottica di gratuità, nel senso che  mentre lavoro,lavoro, totalmente assorbito dall’azione, come dal respiro seduto in meditazione, senza pensieri sul passato o sul futuro , completamente attento all’attimo presente.
Questo tipo di atteggiamento lavorativo trasforma in pratica il mio fare, togliendo ogni stress e frustrazione(prodotti dalla mente discriminante), conseguentemente sono più sereno, lavoro meglio e finisco anche per essere più produttivo.
Lavorare in modo equanime, gratuito, senza un fine al di là del lavoro stesso è una meditazione in movimento.
Sicuramente il lavoro manuale può risultare inizialmente più adatto a questo tipo di pratica, ma con l’esperienza può essere allargato  ad ogni tipologia lavorativa, anche le più complesse o di maggiore responsabilità
BREVE MEDITAZIONE SUL LAVORO
Proviamo ad utilizzare lo spirito meditativo svolgendo qualche semplice lavoro, ad esempio spazzare il giardino, poi,pian piano lo porteremo in qualunque attività.
Dapprima prendiamo alcuni respiri profondi e consapevoli, poi prendiamo  la scopa o il rastrello, sentiamo la consistenza del legno del manico, percepiamo se è liscio o ruvido, percepiamo la posizione del corpo, quindi cominciamo a raccogliere le foglie, cerchiamo di ritmare il movimento con la respirazione, mantenendoci completamente concentrati sul movimento e sul respiro.
Ogni volta che percepiamo dei pensieri sorgere , riconosciamoli ,poi lasciamoli andare ,ritornando a portare attenzione al movimento e al respiro.
Per alcuni può essere d’aiuto ripetere col respiro e movimento frasi del tipo:” inspirando  spazzo le foglie ,espirando allontano ogni  negatività “ oppure” inspiro e mi senti vivo, espiro e ripulisco l’intero mondo”

sabato 2 maggio 2020

Non so che dire, comunque la clausura mi spinge a riflettere e di conseguenza a scrivere,.Se è vero ,come scrive Enzo Bianchi ,che il racconto è un dono, beh ho deciso di donare pure io e raccontare pezzi di vita.
In altre parole mi sono messo a scrivere un nuovo libro(un altro?) ,questa volta autobiografico, per raccontare tutti gli incontri più importanti della mia vita.
Se noi siamo fatti di incontri ,come diceva padre Cornelio, io sono tutti questi incontri, quindi narrandoli mi metto a nudo.
E'' un lavoro che smuove emozioni, oggi scrivendo il capitolo sul mio primo maestro, mi sono trovato con gli occhi umidi.
Questo è ciò che ho iniziato, magari metterò qualche assaggio in questo spazio più avanti.
Non so se a qualcuno interesserà o servirà, sicuramente serve a me!

ecco il pezzo di Enzo Bianchi sul narrare:
SE IL RACCONTO E' UN DONO

Siamo ormai abituati al bollettino televisivo quotidiano delle vittime dell’epidemia: contagiati, ricoverati, entrati in terapia intensiva, morti e guariti. L’attenzione è catturata dalle cifre in aumento o diminuzione, destando sentimenti di ansietà o sollievo. Ma il grande rischio di ogni “cronaca” è quello di fermarsi ai numeri, impedendo la consapevolezza che ogni umano ha un volto preciso, una storia, degli affetti e che di ciascuno si deve fare memoria: come scriveva García Márquez, “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.
Sarebbe dunque necessario che, oltre ai bollettini, si potessero ascoltare narrazioni dei colpiti e dei guariti dal virus. Narrare significa proprio dare un volto alle persone, che altrimenti rischiano di essere solo numeri; significa dare senso a ciò che accade, rendendo le parole non solo informative ma capaci di umanizzare esistenze anonime. Non ci è dato di rivivere la vita di un altro, ma solo un suo frammento; e se lo riviviamo interiormente, l’altro non ci è più estraneo.
L’uomo è un essere narrante. Quando narra fa memoria, rivive e fa rivivere eventi, apre una strada verso il futuro. Molti hanno ascoltato il testo della lettera indirizzata ai suoi familiari e consegnata a una suora infermiera da un anziano ricoverato, quando ha compreso di avere davanti a sé la via della solitudine e della morte. Questa narrazione è diventata una grande testimonianza: monito per quanti restano, domanda di compassione per chi è vecchio. Si è rivelata capace di penetrare i nostri cuori, muovendoli a interrogarsi e a prepararsi ad agire diversamente. Ma quante altre narrazioni potrebbero essere donate in questi giorni a tutti, dai bambini ai vecchi. Sarebbero veri e propri esercizi al racconto della vita, della capacità di amore e di cura, della possibilità di sperare.
Quanto alla potenza performativa dei racconti, non è per noi difficile cogliere come tutta la nostra cultura, nelle sue radici ebraiche e quindi cristiane, abbia come fondamento la memoria e il racconto. Anche Dio è colui che ci è stato narrato da Abramo, da Mosè, dai profeti e da Gesù: non un Dio dei filosofi ma un Dio narrato da chi lo ha ascoltato.
Ma in questo breve spazio voglio riferire parte di un racconto chassidico: “Quando rabbi Israel Baal Shem Tov voleva ottenere una grazia da Dio, andava in un luogo solitario nel bosco, accendeva un fuoco e pronunciava una preghiera particolare. E veniva esaudito. Alcune generazioni dopo, rabbi Israel di Rizin voleva anch’egli chiedere una grazia, ma non ricordava il luogo particolare, né sapeva accendere il fuoco, né rammentava la preghiera del suo maestro. Allora disse a Dio: ‘Non so ritrovare il luogo, non so accendere il fuoco, non ricordo la preghiera, ma posso raccontarti la storia e questo dovrebbe bastarti’. Ciò fu sufficiente a Dio, il quale esaudì la preghiera del rabbi, perché egli adora i racconti”.
Ciò che vale per Dio dovrebbe valere anche per noi: raccontiamo dunque ai bambini per insegnare loro a vivere, agli anziani per consolarli.

sabato 25 aprile 2020

Nell'ultimo post pubblicizzavo biecamente i libri in uscita,in realtà non so se vi consiglierei di acquistarli, in fondo scrivo sempre le stesse cose, e ,oltretutto, sulla meditazione e sul buddhismo ci sono migliaia di libri più belli e profondi.
Non so perchè si continui a pubblicare e a parlare( giochi egoici?), il silenzio dice già tutto!
Le ultime volte che mi sono trovato  a dare insegnamenti o tenere una conferenza ,ho avuto la sensazione di essere inutile e ,forse, pure patetico:parole, parole a che pro?
Se davvero io "fossi" il mio silenzio parlerebbe, se ho bisogno di un fiume di parole ,forse, non è che abbia così tanto da dire.
Così mi ritrovo con libri che escono e il dubbio che servano veramente a poco.
Non è depressione senile, solo un necessario interrogarsi sulla sensatezza di ciò che si fa.
Suor Mariangela mi diceva, anni fa, che dovevo diventare incontro per gli altri, non so se un libro può essere un incontro, al più una stimolazione all'incontro.
A parte questi dubbi da scrittore di bassa lega , sono giorni di silenzio e ci confronto con se stessi , di immobilità, cosa a cui non siamo più abituati; per me quasi un ritorno al periodo monastico.
Tempo di meditazione all'alba, di buone letture, di lavoro in giardino e nell'orto.
Non male, tutto sommato, anche se capisco di essere un privilegiato, vivendo in campagna.

vi allego un bell'articolo di Enzo Bianchi su questi giorni di "clausura"

Sono ormai trascorsi oltre quaranta giorni di “vita altra” per la maggior parte di noi: una vita in casa, ore da trascorrere in pochi metri quadrati e, per molti, di solitudine. Abbiamo dovuto inventarci “cosa fare”. Molte sono state le modalità per tentare di sfuggire alla noia e occupare il tempo e lo spazio in cui siamo costretti. Stare davanti alla TV, navigare per ore sul web, esercitarci in cucina per rallegrarci con piatti non quotidiani, impegnarci in lavori di pulizia o riordino della casa… Ormai siamo assaliti dalla febbre della ripresa, tutti pronti a ricominciare a lavorare e a tornare, pur lentamente, alla vita di prima. Dimenticheremo presto la sensazione che abbiamo acquisito come consapevolezza e abbiamo magari ripetuto a noi stessi e agli altri. Sensazione ben espressa da Mariangela Gualtieri, con una poesia che rimarrà come il canto del gallo nell’ora della presa di coscienza e di un possibile pentimento: “Questo ti voglio dire: ci dovevamo fermare. Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare”. Fermarsi, dimorare, restare nella quiete: è importante anche “fare niente”! So che è difficile tessere l’elogio del fare niente nella nostra società, eppure prendersi del tempo per fare niente non è un vizio, non è l’ozio che si nutre di pigrizia, accidia e mancanza di vigore. No, è tempo dedicato con precisa intenzione e volontà al fare niente. La tradizione spirituale monastica lo sa bene: “Nihil laboriosius quam non laborare”, “Nulla è più faticoso del non lavorare”. C’è un fare niente che è una situazione feconda: attitudine che la filosofia ha sempre investigato, dagli antichi greci, a Cicerone, Seneca, Agostino, fino a Bertrand Russell. “Fare niente” significa metterci in silenzio e solitudine, anzitutto per prendere coscienza dell’esercizio dei nostri sensi e delle loro connessioni con quanto ci circonda. La nostra mente allora si ribella con i suoi mille pensieri, ma occorre avere pazienza e persistere nel fare nulla, in silenzio e solitudine. Poco a poco si fa largo in noi una certa quiete, si spegne l’ansia, cominciamo a sentire che abitiamo un corpo, che dal profondo giungono altre voci; anzi, scopriamo che “non c’è creatura senza voce”. Si vedono le cose in modo diverso, si diventa contemplativi, nel senso che si guardano persone e cose con un altro occhio, che spesso dimentichiamo di avere. Questa non è passività né evasione dall’impegno ma è la condizione per assumere con responsabilità il rinnovato impegno. All’aria aperta, immersi nella natura che sta rifiorendo, su un balcone, o nella penombra di una stanza, questo fare niente è sempre possibile. Si afferma abitualmente che questa attitudine aiuta ad habitare secum, ad abitare con sé, ma l’esperienza m’insegna che ciò aiuta soprattutto a tessere relazioni vere con gli altri e con il mondo. Fare niente porta al quieto e gratuito pensare, ad aguzzare l’intelligenza, a esercitare il discernimento. Paul Celan profetizzava: “È tempo che sia tempo”. È tempo per fare niente.

giovedì 23 aprile 2020

Immagine prodotto       Immagine prodotto

ecco le cover dei due libri in prossima uscita, uno a fine aprile l'altro a fine maggio......bieca pubblicità.....

martedì 21 aprile 2020

L’abbandono non è affatto la rassegnazione, bensì l’azione di azione in azione. Essere totalmente in quello che sono. Nient’altro. A volte, soprattutto quando le cose vanno male, si vorrebbe cambiare tutto nella propria vita. La determinazione, invece, è perseveranza. Costi quello che costi, continuo ad avanzare, progredisco, così come sono. Ciò che conta è fare questo passo, proprio questo. Domani: vedremo. Ieri: appartiene al passato … Non si tratta di fare, ma di agire. Fare significa fabbricare cose nuove. Agire è stare con i piedi per terra e avanzare, senza volere a ogni costo costruire qualcosa di nuovo.
Penso che abbandono e determinazione stiano bene insieme. La determinazione non significa aggrapparsi al futuro e affermare: “Un giorno sarò guarito”. No, significa piuttosto dire: “La guarigione è qui e ora. Che passo posso compiere per andare un pochino meglio oggi, qui e ora?”. Innanzitutto, ci vuole molta determinazione per avere l’audacia di abbandonarsi … L’autentica esperienza è proprio l’eroismo del quotidiano, della banalità: alzarsi al mattino ed essere meravigliati per un raggio di sole che vediamo tutti i giorni, per un usignolo che canta alle sei e ci rompe le scatole... L’eroismo è questo: gustare in profondità il reale.
Secondo Aristotele, la virtù si acquisisce praticando la virtù. È facendo piccoli atti di fiducia che si diventa fiduciosi. Io spesso mi dicevo: “Quando avrò fiducia, farò atti di fiducia”. È vero il contrario. È facendo ogni giorno un po’ di fiducia alla vita che, a poco a poco, la fiducia si rivela. Non si tratta di importare la fiducia, ma di vedere che è già in noi.
Credo che la determinazione sia coniugare l’abbandono con una sconfinata fiducia nella vita. Cosa posso fare per proteggermi dalla vita? Assolutamente niente. Eppure, giorno dopo giorno, cerco di costruire scudi e facciate che dovrebbero proteggermi dal tragico dell’esistenza. La dimensione tragica dell’esistenza fa parte della vita. Quando lo si è capito nel proprio intimo, si può danzare con questo tragico senza esasperarsi. Nel frattempo, ci vuole molta determinazione per avvicinarvisi, anche poco alla volta. Henri-Frédéric Amiel diceva: “Mille passi avanti, novecentonovantanove indietro: ecco il progresso”. Il desiderio alienato vorrebbe che progredissimo una volta per tutte, che guarissimo da tutte le nostre ferite interiori. Ma questo è senza dubbio radicalmente impossibile. Ciò che ci salva è sapere che non possiamo guarire dalle nostre ferite, ma possiamo conviverci, che possiamo coabitare con loro senza che ci sia necessariamente amarezza. E la determinazione forse è, in un giorno di nebbia, quando non ci si vede a distanza di due metri, continuare ad avanzare … “Semplicemente essere lì”, “semplicemente andare un pochino meglio senza farmi carico del desiderio che mi impedisce di essere quello che sono”. Sono determinato a diventare ciò che sono con infinita pazienza.

A. Jollien

Non so se avete seguito sui giornali la triste vicenda del Monastero di Bose,ove ,a seguito di insanabili tensioni interne e chissà cos'...