IL BUDDHA IN CLASSE

INSEGNARE,VIVERE, MEDITARE IL NUOVO BLOG DI MARCO VALLI(OSEL DORJE)

martedì 30 agosto 2022

 non sono,per nulla, solito parlare di politica, men che meno su queste pagine, anche se, in questa tragica congiuntura mondiale , con le elezioni alle porte (dove non è facile trovare qualcuno da votare....) forse si potrebbe fare un'eccezione.

Non la farò......però voglio mettervi nel mood elettorale con la caustica e dolente ironia di Giorgio Gaber.





alle agosto 30, 2022 1 commento:
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domenica 21 agosto 2022

Proprio l'altro giorno mi chiedevo come può essere che dopo un paio di mesi di trasmissioni ad ogni ora sulla guerra in Ucraina ormai non se ne parli quasi più.....l'orrore non è finito, continua eppure ci siamo abituati, assuefatti, così come ai disastri causati dal cambiamento climatico, dal razzismo, dalle discriminazioni ecc. 

La  nostra gentilezza amorevole(maitri) si ottunde e finiamo per non provare più compassione  per niente e nessuno, l'orrore diventa banale normalità , non ci tocca più.

Stavo pensando a questo e trovo questo articolo di Recalcati che si pone la stessa domanda e incita e continuare a testimoniare l'orrore affinchè non subentri l'assuefazione......se vi va di leggerlo.

 Massimo Recalcati

Testimoniare l’orrore

La Stampa, domenica 31 luglio 2022

Un amico oncologo mi raccontava il suo stupore nel non sentirsi più di tanto coinvolto nei drammi

dei suoi pazienti di fronte alla malattia. «Il tempo - mi spiegava - è come se avesse disattivato le mie

emozioni». Accade anche con ogni esperienza di lutto: il fattore tempo è determinante per spegnere

il bruciore inizialmente insopportabile della perdita. «Impossibile continuare senza, ma impossibile

non continuare senza», scriveva Beckett. Ma quello che avviene nelle pieghe più intime della nostra

vita privata si ripete anche nella dimensione pubblica della nostra vita collettiva. Un esempio fra tutti

è quello della guerra in Ucraina. Le maratone televisive e i servizi giornalistici febbrili dei primi tempi

hanno lasciato il posto ad una informazione tristemente routinaria. Della guerra in sé si tende a non

parlare più, a non dedicarvi più la nostra attenzione se non per le conseguenze dirette che essa provoca

sulle nostre vite: aumento delle bollette, caro vita, maggiore precarietà economica e sociale, futuro

incerto. È scattato quel meccanismo di assuefazione psichica che ha coinvolto anche il mio amico

oncologo.

Freud ne parlava proprio a proposito della guerra e dell'indifferenza alla quale essa costringe gli esseri

umani di fronte ai numerosi cadaveri anonimi che genera quotidianamente. Il peso emotivo che la

vista del cadavere di una persona affettivamente cara può provocare sembra scomparire.

L'assuefazione è l'effetto di un distanziamento psichico finalizzato alla neutralizzazione di un fattore

giudicato perturbante. Ma, in realtà, questo distanziamento è, a sua volta, l'effetto di un'eccessiva

prossimità inconscia all'oggetto dell'angoscia. Accade anche allo psicoanalista che quotidianamente

è esposto all'incontro con la sofferenza dei suoi pazienti. Lacan, non a caso, paragonava la sua 

funzione a quella di una discarica: raccogliere ed evacuare il peggio, il negativo, l'insopportabile. Il

fenomeno dell'assuefazione è un fenomeno di difesa dal trauma: l'abitudine vorrebbe poter ridurre lo

scandalo - indigeribile psichicamente - di ciò che accade. Avviene anche di fronte alla violenza di

ogni genere: anziché restare storditi, colpiti, offesi dalla brutalità e crudeltà del male, esiste

nell'umano un'insidiosa tendenza all'adattamento, all'assimilazione di ciò che non può essere affatto

assimilabile. Avviene con la fame nel mondo che più che una piaga che mobilita il dovere civile del

soccorso, viene percepita come se fosse una fatalità naturale. Avviene con la violenza razzista, con

quella femminicida, con gli incidenti sul lavoro e in tante altre occasioni della nostra vita collettiva.

Come indicano diversi antropologi, la nostra civiltà dello spettacolo tende a trasformare ogni evento

in una sorta di apparizione televisiva o cinematografica, destinata a scadere di interesse in tempi

sempre più brevi per gli spettatori annoiati dal "già visto", quali, in fondo, tutti noi tendiamo ad essere.

La guerra in Ucraina resta un evento in sé al limite del concepibile, indigesto, scandaloso, ma il

sistema della comunicazione sa bene che il carattere eccezionale di tutti i fenomeni che divengono

oggetto assiduo di informazione tende a durare sempre di meno, dunque, a generare meno audience.

L'assenza di risposta allo stimolo è infatti un fenomeno comportamentale tipico di ogni fenomeno

dell'assuefazione. Ora, dopo il tempo della guerra, è il turno della campagna elettorale a polarizzare i

nostri interessi. È quello lo spettacolo che ha inevitabilmente calamitato l'attenzione dei media. Col

rischio però che vi sia assuefazione anche nei confronti della nostra vita politica. Non a caso

assuefazione e disaffezione, come mostra il fenomeno dell'astensionismo elettorale, possono essere

due facce della stessa medaglia. Eppure cosa c'è di più coinvolgente – in senso letterale – della vita

politica? I nostri interessi personali e collettivi ne sono profondamente toccati. Ma questo dato di

realtà non è sufficiente e rischia di non essere nemmeno percepito. Accade lo stesso con una guerra,

che nonostante sia esplosa nel cuore dell'Europa, non è in grado di disinnescare il fenomeno

dell'assuefazione. Assuefazione diviene infatti sinonimo di assimilazione; il carattere indigeribile

della guerra viene rimosso rendendo la guerra parte del nuovo paesaggio dell'Europa. Sembrerebbe

inverosimile ma è proprio quello che sta accadendo. Del resto, in pagine divenute giustamente celebri,

Primo Levi, parlando della tragedia della vita nei campi di sterminio, mostra quanto la spinta

dell'umano all'adattamento in condizioni di vita inverosimili possa raggiungere vertici tenebrosi. Per

questa ragione ammonisce sulla necessità di testimoniare con tenacia l'orrore, per impedire che esso

si ripeta e per scongiurare anche il rischio di assuefarsi alla sua esistenza. È, infatti, solo la

testimonianza insistita dell'orrore a riconoscere l'orrore come tale impedendo la sua assimilazione

assuefatta. —

alle agosto 21, 2022 Nessun commento:
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" Le parole che non fanno male, le parole che aiutano le persone che

vivono nel dolore, o nella disperazione, nell’angoscia, o nella paura, non le

troveremmo mai, lo vorrei dire ancora, se non siamo capaci di tenerezza e

di gentilezza, che ci aiutano a immedesimarci nella interiorità delle persone

che la vita ci fa incontrare." Eugenio Borgna

Trovare del parole che non fanno male, anzi quelle che fanno bene è una pratica da Bodhisattva, e può essere efficace solo solo se in noi c'è Maitri(la gentilezza amorevole) e la tenerezza come dice il Prof Borgna.

Il suo ultimo lavoro si intitola :Tenerezza(ed. einaudi) ed è una bella riflessione su questo delicato modo di sentire ed essere  troppo spesso dimenticato o sottovalutato.

Trungpa Rimpoche diceva che dobbiamo avere un cuore tenero, che si lascia toccare dalla sofferenza altrui, che sa meravigliarsi di fronte al bello , che è capace di compassione ,cioè di sentire con.

Attraverso la meditazione seduta e le altre pratiche impariamo ad aprirci e lasciarci andare, lasciamo che la vita sia come è, senza manipolarla ma ,anche, senza rifuggirla.

Avere un cuore tenero significa essere aperti alla vita e pronti ad accogliere ogni esperienza e a condividere con gli altri.

Un gesto o una parola "teneri" hanno un reale potere curativo, è come un balsamo per le nostre sofferenze, basta poco per essere d'auto, se solo abbiamo questa qualità.

Ricordo quando, dopo un lungo e faticoso viaggio, raggiunsi il mio maestro Shantidas e lui semplicemente mi prese la mano e disse: "ma....vieni da lontano!" con una dolcezza e premura che mi inondarono .....

Un semplice gesto, che però poneva le basi per un rapporto profondo e significativo.

Per sviluppare la tenerezza (maitri) nella tradizione tibetana si pratica il TongLen , una pratica in cui inspiriamo il dolore e sofferenze altrui ed espiriamo positività e benedizioni( la pratica è descritta nel dettaglio nei testi di Pema Chodron), attraverso la ripetizione di questa meditazione ,gradatamente, rendiamo più tenero e e sensibile il nostro cuore e ci predisponiamo ad esserci per gli altri.

Che vogliamo praticare il TongLen o meno, l'importante è sviluppare questa capacità di gentilezza e apertura,senza la quale saremo incapaci di vere relazioni e risulteremo privi di qualsivoglia compassione.



alle agosto 21, 2022 Nessun commento:
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venerdì 12 agosto 2022

 "Alcuni anni fa ho lavorato con un paziente che era uno studente Naropa e un praticante di meditazione. Mi ha detto qualcosa su cui rifletto spesso. "Sai", ha detto, "quando sono molto impegnato e non ho tempo per praticare la meditazione, non ho mai abbastanza tempo. Ma se faccio la mia pratica meditativa, in qualche modo c'è più spazio e ho abbastanza tempo per tutto".Karen Kissel Wegela

é proprio cosi!.....se ci prendiamo il tempo per la nostra pratica in modo costante e quotidiano, se ci diano una regola ,una organizzazione, ecco lo spazio si amplia .

Dire che non si ha tempo per meditare un poco ogni giorno è solo una scusa che ci diamo per non impegnarci, è una forma di difesa che mettiamo in atto perchè, magari inconsciamente, temiamo che la pratica funzioni e metta in discussione i nostri modi stereotipati di vedere , i giochi del nostro IO.

Bisogna organizzarsi per avere un tempo da dedicare a noi stessi tramite la pratica, è importantissimo farci questo regalo, è un modo per fare amicizia con noi stessi e aprirci al reale.

Certo la vita è ,a volte, caotica, si corre di qua e di là.......ma proprio per questo è fondamentale fermarsi, trovare lo spazio/tempo per centrarsi.

La pratica deve essere costante se no è come fare un giorno di dieta e 10 di abbuffate.....non si può certo pensare di dimagrire!

La pratica è un lavoro lento che funziona sul lungo termine , ci vuole metodicità , motivazione e dedizione.

Prendetevi uno spazio ogni giorno, sempre alla stessa ora, anche solo 10 minuti in cui dedicarvi alla pratica , l'importante è che si faccia con continuità, senza scuse.


alle agosto 12, 2022 5 commenti:
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domenica 7 agosto 2022

 "vivere nello specchio della morte" .....da qualche parte ho letto questa frase che,mi pare, colga perfettamente l'essenza della vita spirituale un pò in tutte le tradizioni.

Nella regola di San Benedetto si enfatizza che il monaco debba vivere sempre consapevole dell'ineluttabilità della morte, così pure nelle pratiche del Ngondro tibetano, e potremmo citare  cose simili in ogni tradizione.

Se non siamo consapevoli della nostra mortalità non possiamo apprezzare la vita , il memento mori è anche memento vivere!

Se ci ricordiamo che dobbiamo morire allora ci impegniamo a vivere l'attimo presente in tutta la sua ricchezza e magia.

Siamo grati per ciò che siamo/viviamo/abbiamo solo nell'orizzonte della perdita, se diamo tutto per scontato e per "eterno" non può esserci gratitudine e meraviglia.

Pensavo a quanti maestri, amici/che se ne sono andati e quanto mi mancano e di colpo ho sentito con totale vividezza la gratitudine per il fatto che abbiano incrociato la mia vita, un gratitudine per ciò che è stato e non potrà mai più essere.

Padre Grun raccontava di essere stato invitato da una coppia omosessuale a celebrare la loro separazione dopo anni di vita insieme , perchè volevano chiudere la loro storia con gratitudine reciproca e non con recriminazioni e rancori e lui creò una sorta di rituale per aiutare questo passaggio, per offrire la possibilità che la gratitudine si sviluppasse, pur nell'orizzonte di una fine.

In molti , se sentono dire di meditare sulla morte o di vivere nel suo specchio, trovano tutto ciò un pò macabro o disturbante , senza comprendere che è il passaggio essenziale per passare dall'inconsapevolezza alla consapevolezza, dal delirio di onnipotenza all'accettazione dei propri limiti, dalla cecità alla luce.

Impariamo ,dunque, ad apprezzare la vita.....grazie allo specchio della morte.


alle agosto 07, 2022 1 commento:
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giovedì 4 agosto 2022

 "IL LAVORO DI UN INSEGNANTE(di Dharma) è assorbire, quando necessario, la croce dello studente. Se quella croce  ti da un bel po' di fastidio, di certo non dovresti insegnare. Anche se

ti da fastidio più di una volta, non dovresti insegnare.

Perché se ti dà fastidio, se la croce  ti provoca dolore, non puoi vedere chiaramente.

Sei accecato e il compito dell'insegnante è vedere chiaramente uno studente."charlotte joko beck

Un insegnante di Dharma dovrebbe essere sufficientemente consapevole se è in grado o meno di assorbire e supportare la "croce" , la sofferenza dello studente.....se quella croce è troppo pesante da portare dovrebbe ritirarsi.

Il rapporto fra insegnante e studente di Dharma, è qualcosa di incredibilmente magico e delicato,necessita di una particolare armonia, se questa viene a mancare il rapporto diviene tossico o, come minimo, inutile.

L'insegnante non è divino, ha i suoi limiti e deve esserne totalmente consapevole per non rischiare di proiettare la propria ombra sullo studente e per non farsi sommergere dalla sofferenza dell'allievo.

Dobbiamo capire fin dove possiamo spingerci e fermarci prima che la terra ci manchi sotto i piedi.

L'errore di insegnare a chiunque ,di ritenersi capaci di aiutare tutti ha creato non poca confusione e sofferenza, creando situazioni ingestibili.

Joko Beck indica con chiarezza che dobbiamo guardarci da questo errore e insegnare/supportare solo nell'ambito delle nostre attuali capacità.

Per questo,oltre che per mille altri motivi, da anni non faccio nulla per avere studenti o gruppi: se l'incontro accade ed è costruttivo non ci si tira indietro.....se no, meglio lasciar perdere!

alle agosto 04, 2022 Nessun commento:
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sabato 30 luglio 2022

 Mi sono imbattuto in questo articolo  che è un buon viatico per questi giorni"vacanzieri", io l'avrei chiuso Con : IO vivo, oppure io respiro.....o qualcosa del genere ,piuttosto che :io penso .

A parte questo appunto, un pò troppo buddhista, godetevi le riflessioni di Enzo Bianchi e buon "non far niente"(che poi è sinonimo di meditazione!)

Vacanze

di Enzo Bianchi


1. Vacanze: elogio del «far niente»

C’è nelle vacanze una dimensione che purtroppo è negata e contraddetta, nonostante le intenzioni dichiarate da chi parte, prende le distanze dal quotidiano e dunque va in vacanza, intraprende il viaggio per vacare. In realtà vacare non è così facile, non è automatico, soprattutto se si pensa che contiene soprattutto in sé l’idea del «far niente».

Che cosa significa «far niente»? Significa darsi del tempo per non fare quello che fanno gli altri: fare il bagno, fare una passeggiata… «Far niente» significa sentire che si esiste, sentire che si è vivi e dunque godere di essere al mondo, assaporare l’istante. Durante tutto l’anno si agisce, si fa, ma si può anche «far niente», cosa più facile da dirsi che da vivere. Ci sono uomini e donne che non riescono mai a «far niente», perché agire li nutre; non hanno mai tempo per «far niente», perché hanno sempre da fare, e così a poco a poco diventano incapaci di fermarsi dal fare.

Sì, ci sono uomini e donne che, giunti in vacanza, pensano subito a vuotare le valige, a mettere in ordine, a fare programmi, a recarsi al supermarket, a stabilire cosa fare al mattino, a mezzogiorno, alla sera… E poi c’è l’erba del prato attorno a casa da tagliare, immergendosi in un rumore assordante; e si trovano molte altre cose da fare, pur di non fermarsi a «far niente». «Far niente ci angoscia, fare molte cose ci rassicura. «Faccio dunque vivo», e quando mi presento agli altri dico quel che faccio; se faccio nulla non so neanche parlarne, e poi mi prende la noia, la stizza…

Eppure fermarsi e «far niente», in modo consapevole, significa sentirsi come un albero, una pietra, una cimice adagiata sul prato, una nube in cielo: ci sono molti soggetti attorno a me che sanno «far niente»… «Far niente» diventa allora sentire un legame, una comunione con ciò che mi sta attorno. E sento di vivere, tranquillamente, mi sento contento di nulla e di tutto ciò che esiste. E capisco che passo giorni e giorni senza sentirmi vivere, senza essere consapevole che esisto e che è bello vivere: non sono «una macchina che fa»!

Arte non solo per riposare il «far niente»,ma arte per vivere e diventare sapiente.

2. Vacanze: un tempo per guardare, contemplare

In vacanza si può avere il tempo per guardare, per contemplare. Sì, perché abitualmente noi non guardiamo davvero le cose, vediamo ma non guardiamo. Non abbiamo tempo per fermare lo sguardo, il quale è abituato a esercitarsi meccanicamente per un semaforo, perché vedo passare una donna bella, perché vedo un manifesto che mi colpisce. Non c’è più libertà di guardare e non c’è più capacità di guardare in profondità le cose, di attraversarle guardando al di là delle cose… Noi guardiamo sempre di più ciò che ci viene detto di guardare, e così attira il nostro sguardo soprattutto ciò che è pensato per sedurci, per richiamare la nostra attenzione, per accendere il nostro desiderio: basti pensare alle ore dedicate da molti quotidianamente a vedere la televisione… E così sentiamo confessare: «Non avevo visto, di questo non mi ero accorto», solo perché una cosa non si impone al nostro sguardo. Dunque non io scelgo di guardare, ma mi viene dettato di fatto cosa guardare e viene così allontanata ogni possibilità di esercitare il senso della vista in modo da contemplare, gustare, pensare, leggere ciò che vedo.

In vacanza è dunque importante esercitarsi a guardare: provare una volta su una spiaggia a tenere gli occhi aperti verso il cielo; fermarsi a lungo a vedere il mare che non è mai uguale, ma cambia sempre colore, forma; provare a vedere come una formica porta e trasporta una briciola di pane; guardare com’è fatto un fiore… È così che si impara a vedere come diceva Saint Exupery, a «vedere con il cuore»: così noi, aprendo gli occhi del nostro cuore, impariamo a vedere in grande, dunque a sentire in grande; così si impara a vedere ciò che non si vedeva ma che esiste, vive accanto a noi; si impara ad ammirare, ad accogliere ciò che è sconosciuto, differente da ciò che pensiamo. Non ci si annoia nel guardare…

È significativo che Benedetto nella sua Regola esorti a rivolgersi alla luce di Dio «con gli occhi aperti» (Apertis oculis nostris ad deificum lumen: prologo, 8). Si ricordi che contemplare significa etimologicamente «guardare con il tempio», cioè avere lo sguardo di Dio, condividere il modo con cui Dio guarda il mondo, la storia. Egli, che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16), guarda sempre con amore.

3.  Vacanze: riflettere sulla propria vita

In vacanza occorre certamente imparare a far niente imparare a guardare,ma anche esercitarsi a riflettere sulla propria vita.

Anche questa è un’operazione non spontanea, non facile e sovente faticosa, ma è fondamentale ascoltare le domande che ci abitano. Domande che non possono essere eluse se non rimuovendole, facendole tacere, «distraendoci», oppure inebriandoci di attivismo. La vacanza è l’occasione per sentir risuonare in sé queste domande: «Come va davvero la mia vita? Sono felice? Cosa mi manca?».

Schopenauer scrive che «l’uomo è un animale metafisico», cioè è capace di porsi delle domande che vanno oltre il materiale, oltre il visibile. Cosa vuol dire vivere e cosa vuol dire morire? Cosa significa amare veramente? E può finire l’amore? L’uomo è un animale capace di porsi queste domande, un animale che vuole interpretare la propria esistenza e di questa vuole darsi delle ragioni. Non ci sono risposte chiare e certe? Ma non per questo occorre vietarsi di ascoltare queste domande!

Occorre allora trovare del tempo in vacanza per stare un po’ soli, per fare un po’ di silenzio e darsi alle domande che ci abitano. Se non facciamo mai questo «lavoro», rischiamo di vivere alla superficie, senza mai essere consapevoli, senza mai riuscire a leggere la nostra vita e a misurarla nelle sue attese e nei suoi fallimenti… I latini dicevano che l’uomo deve anche imparare ad habitare secum, ad «abitare con se stesso», ad ascoltare se stesso. Non è un’operazione narcisistica, ma è un’operazione di verità su se stessi e sul rapporto con gli altri, è una necessità per prendere la propria vita in mano con un minimo di lucidità e per imparare ad amare gli altri. Sì, ad amare gli altri, perché si amano gli altri quando si ama se stessi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18; Mc 12,31 e par.; Rm 13,9; Gal 5,14; Gc 2,8).

Coraggio dunque: in vacanza diamo del tempo alla riflessione, al pensare.

«Cosa fai?».

«Io penso».

Rara ma straordinaria risposta!

alle luglio 30, 2022 Nessun commento:
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venerdì 29 luglio 2022

 Ogni tanto, raramente in realtà, capita che qualcuno mi contatti chiedendomi un incontro ....spesso sperando di trovare un "maestro" o qualcosa di simile.

Devo ammettere che queste richieste mi mettono un pò a disagio perchè, lo so per esperienza, nella maggior parte dei casi ci sono grandi ed eccessive aspettative che , inevitabilmente, verranno deluse.

In linea di massima mi rendo disponibile ma, come previsto, il tutto finisce in una bolla di sapone, ci si incontra una volta, raramente due, poi più nulla.

Spesso sono persone che vivono lontano(io però macinavo km su km per incontrare i miei maestri......ma erano altri tempi) e che non possono/vogliono metterci l'impegno e la fatica di lunghi viaggi, oppure si aspettavano chissà quale "illuminato" o detentore di magici poteri che riuscisse a risolvergli tutti i problemi con una singola parola o sguardo.

Va da sè che ogni maestro, anche il più illuminato, altro non è che un essere umano ,con tutto quello che ne consegue, cosa che però non è granchè chiara ed accettabile a molti.

Ammesso e non concesso che abbia raggiunto una certa saggezza o "illuminazione" non è che posso trasferirla magicamente ad un altro, al più posso indicare la via che io ho percorso .

Quindi ben vengano gli incontri ma senza troppe aspettative e proiezioni: incontriamoci con semplicità, come esseri umani alla ricerca dell'Essere,allora ,forse,ci sarà la possibilità di qualcosa di autentico.

alle luglio 29, 2022 2 commenti:
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domenica 24 luglio 2022

                                                            

“Ognuno di noi ha una visione della vita. "La vita è senza speranza". "La vita non ha senso".

"La vita è dura." “La vita è un dramma”. "La vita è un gioco e non posso vincere". Io ho

non ho mai incontrato nessuno che non avesse un punto di vista a riguardo. Anche se non possiamo

articolarlo o non esserne consapevoli, le nostre azioni sono guidate, addirittura dettate,

dalla nostra idea molto forte di come è la vita. La realtà è che la vita non è niente. Voi

semplicemente non potete trasformare la vita in una cosa; non ha durata né spazio.Non si ferma mai. La vita è il cambiamento stesso” C.Joko Beck-ordinary wonder-ed shambala

La nostra visione del mondo o ,se vogliamo, le lenti con cui guardiamo alla vita  è ciò che ci blocca, è ciò che fa sì che cristallizziamo, “cosifichiamo” la vita fino a renderla una “stucchevole  estranea.” (come scriveva Kavafis)

La vita è ,però, solo un fluire continuo,non possiamo bloccarla, schedarla ,renderla decodificabile ai nostri schemi…..non c’è modo di bloccare il suo corso, possiamo solo arrenderci alla corrente e goderci il viaggio.

Le pratiche meditative sono abili mezzi per scardinare le nostre visioni schematiche della vita e aprirci alla realtà dell’Essere, non meditiamo per “capire” la vita ma per accoglierla.

Padre Tholens mi diceva che la vita è mistero e ,come tale, non la comprenderemo mai ma, volendo, possiamo contemplarla.

Contemplare il cambiamento, l’impermanenza senza cercarvi un “senso”, aprirci al mistero che tale rimane.

Cercare di “capire” è,ad esempio, dare un senso al male, al dolore che, di per sè, non alcun senso,tant’è che molti fini teologi hanno finito per “incartarsi” pietosamente fra un Dio buono che vuole il bene dei suoi figli e il male che è onnipresente (con l’invenzione del Diavolo e affini);la vita è ciò che è e non ha alcun bisogno che noi le diamo un senso.

Stare di fronte al mistero ,in totale  e consapevole apertura, senza pregiudizi o schemi è ciò che dobbiamo imparare a fare, è la via che ci porterà a quel vivere in pienezza che è il vero orizzonte da raggiungere.


alle luglio 24, 2022 2 commenti:
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domenica 10 luglio 2022

 Una canzone di Bertoli diceva che bisogna lasciare qualcosa dietro di sè:: una canzone, in libro, un figlio.....il buddhismo dice ,invece, che dovremmo essere come uccelli nel cielo che non lasciano scia dietro di loro.

Fondamentalmente la vecchia diatriba fra realizzazione dell'io o del non-io.

Per quel che riguarda l'io i figli i ,i libri e pure qualche pezzo musicale li ho lasciati, per quel che concerne il non-io, speriamo!

Mi consola che nè i miei libri nè i miei brani hanno suscitato molto interesse, quindi svaniranno nel non-io , i figli hanno la loro vita e sopravviveranno anche all'avere avuto un padre come me.

Francamente, sarà l'età, ondivago fra una sensazione di gratitudine e pienezza e una di fallimento, a riguardo della mia vita; sono grato di tutto ciò che ho vissuto e deluso per le tante volte che non ho saputo vivere pienamente e celebrare i doni ricevuti, forse è normale sia così.

Se Trungpa Rimpoche mi confidava che spesso si chiedeva/immaginava come sarebbe stata la sua vita se non l'avessero chiuso in monastero a quattro anni, anche io, nel mio piccolo, posso chiedermi cosa sarebbe stato di me se in certi momenti avessi fatto scelte differenti.

Va da sè che tutto è andato come doveva andare ed è perfetto così come è.....ma sono occidentale e, ogni tanto(un pò per gioco un pò seriamente) mi diverto a "menarmela un pò!

alle luglio 10, 2022 Nessun commento:
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sabato 9 luglio 2022


 Bella e stimolante conferenza del nuovo priore di Bose, uno sguardo sui doni e i pericoli dei "silenzi"  per l'uomo e , nella seconda parte, per i credenti.

La prima parte sull'uomo mi ha molto colpito, anche perchè ,in questo mio momento esistenziale, sono assai tentato dal silenzio e devo stare attento a non cadere nei rischi che vengono così ben esposti.

L'altro giorno mi sono arrivate le varie prove di copertina per il mio nuovo libro e, per un attimo, ho desiderato non averlo scritto e inviato all'editore......che senso ha continuare a scrivere di spiritualità?

Non è meglio tacere?

Se è un silenzio sano , sicuramente, se invece nasce da disillusione, da alterigia o altro, allora no.

Se vi va ascoltate o comprate il libro di fratel Sabino  credo dia alcuni stimoli interessanti.

alle luglio 09, 2022 Nessun commento:
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MARCO VALLI (OSEL DORJE) è stato docente di Lingua e letteratura Italiana, è Psicoterapeuta e redattore di CEM Mondialità. Allievo di Dilgo Khyentze Rimpoche, Chogyam Trungpa, Sogyal Rimpoche da sempre cerca di diffondere il Dharma Buddhista in modo informale e laico attraverso conferenze, seminari e pubblicazioni. Attivo nel dialogo interculturale e interreligioso è stato allievo di Lanza del Vasto, Bede Griffiths, Raimon Panikkar. ha pubblicato: La Saggezza Folle -ed Promolibri -Torino1995 /Il Buddha Verde- ed. Promolibri -Torino1997 / Tra Silenzio e Parole-Torino-Ed Promolibri 2000- / Natura e Cultura –University press –Bologna.1994 /Solamente un Gusto- Ed Xenia –Milano-1999/ Le ore dell’Anima- Ed Xenia-Milano- 2002/ Verso Casa -ed Ariana -Bologna1998 – Buddhismo (sette e religioni)–Ed ESD-Bologna- 1998 -Il Buddha in Classe-Ed Xenia-Pavia 2016- L'Insegnante consapevole -ed Verdechiaro- Reggio Emilia 2020/ Vivere Consapevolmente -ed Venexia -Roma 2020/ Buddhismo e Vita Quotidiana ed Xenia -Pavia 2020 / Incontri.ed Verderchiaro-Reggio Emilia 2021/ Pensieri di un vagabondo del dharma-ed.Verdechiaro-Reggio Emilia-2023 Forever young-ed Verdechiaro-Reggio Emilia-2024
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