lunedì 30 dicembre 2019

Francamente non ho mai capito/amato le feste come capodanno e ferragosto, scuse per fare confusione e stra-mangiare.
Non capisco questo augurarsi, in modo superstizioso, tempi migliori(ma il Buddha non ha detto che la vita è sofferenza e l'unica via d'uscita sta in noi?), i tempi sono ciò che sono, a volte le cose si accordano alle nostre aspettative, più spesso no,e allora?
Stasera mangerò un pò di verdura e andrò a letto al solito orario, così da alzarmi all'alba domani, come sempre....gli altri mangino pure, facciano scoppiare petardi, se tutto ciò li rende, temporaneamente, meno angosciati.
Comunque la pensiate BUON NUOVO ANNO a tutti, per quel che conta.


domenica 22 dicembre 2019

sabato 14 dicembre 2019

Sto leggendo ,con grande piacere, un vecchio libro di Alba De Cespedes sublime scrittrice del 900 italiano, ormai dimenticata( i suoi libri sono tutti fuori catalogo), si intitola: LA BAMBOLONA.
Al di là della scrittura impeccabile è una spietata disanima di una ossessione(erotica) e di come , per un nonnulla, siamo in grado di complicarci la vita.
Leggo e ritrovo tanti meccanismi che ho ben conosciuto, in me e in altri.
Vien da pensare: quanto siamo stupidi!
In fondo il Buddha ce lo ha insegnato da più di 2500 anni: siamo persi in sogni senza senso che prococano solo sofferenza.
a volte anche un buon romanzo è portatore di insegnamenti interessanti.

venerdì 13 dicembre 2019

Prima nevicata dell'anno, è durata poco e il cielo già schiarisce all'orizzonte.
Prima, mentre il vento faceva turbinare la neve, guardavo le finestre illuminate della casa di fronte e pensavo a cosa accadeva dietro quei vetri, quali azioni, quali pensieri ed emozioni.
La vita degli altri è un grande mistero , per quanto conosciamo qualcuno rimene sempre un infinito da conoscere ( sempre ammesso che conosciamo noi stessi).
In fondo tutta la letteratura e ,ovviamente, la psicoanalisi sono tentativi di guardare nella vita altrui, uno sbirciare dai vetri per carpire un barlume di quel segreto che l'altro è per noi.
In fondo siamo tutti un pò voyer  , perchè guardare le vite altrui è un modo per decodificare le nostre o almeno un tentativo.
In fondo anche la meditazione è un pò un stare a guardare le nostre emzioni , i nostri pensieri per poi andare oltre.
Joko Beck ad uno che le domandava cosa faceva quando meditava rispose: sto lì ferma a pensare e a guardare i miei pensieri.
Lo spirito meditativo è capacità di guardare ,anzi vedere, la vita per ciò che è, al di là delle costruzioni mentali e delle interpretazioni, tutto qui, facilissimo e al contempo difficilissimo.

venerdì 6 dicembre 2019

Leggevo ,oggi, un dibattito sull'autoreferenzialità di certi praticanti di discipline spirituali e abnche di interi gruppi.....
In effetti il problema di parlarsi addosso, di chiudersi in apparteneze ,più o meno, settarie c'è, è inutile negarlo: da sempre i gruppi religiosi finiscono per credere di essere gli unici depositari della Verità ,con tutto quello che ne consegue, fino alle guerre di religione.
Credo sia surreale, dopo  secoli di illuminismo,secolarismo ecc. ritrovarci ancora nella medesima situazione.
Ognuno di noi ha tutto il diritto di ritenere vero e valido ciò in cui crede ,ma dovrebbe riconoscere il medesimo diritto a chi crede in altre cose.
Che pratica "seriamente" la meditazione sa bene che ad un certo punto ,tutte le ideologie, tutte le identificazioni, cadono, svaniscono  e rimane solo l'esperienza della vacuità/spaziosità che tutto comprende .
Che senso ha , a quel punto, dirsi buddhisti?
a maggior ragione se in contrapposizione con i cristiani,gli islamici ecc.
L'esperienza dell'Essere è al di là delle parole, delle idee ,delle teorizzazioni.
Questa è la libertà deefinitiva che sperimentiamo in una vera pratica meditativa, indipendentemete che si sia partiti da un background cristiano, induista o buddhista  e in questa libertà possiamo veramente scoprire che: io sono te, fratello!

mercoledì 27 novembre 2019

UNA POESIA DI BR DAVID STEINDL RAST PER IL GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO
Come la Grande Dinamo che alimenta le ruote delle stagioni e degli anni trasforma l'autunno ancora una volta in inverno.
In questa stagione del Ringraziamento,
ringraziamo per tutte le stagioni.
Per l'inverno, che spoglia gli alberi e li riporta al loro design di base,
per l'inverno rigido e minimalista,
ringraziamo.
Possiamo lasciarci andare e diventare brillanti come stelle in una notte limpida e gelida.
Più siamo spogliati di ciò di cui pensavamo di non poterne fare a meno.
Per la primavera che esplode,
Proprio quando pensiamo che l'inverno non finirà mai,
Per la primavera irrefrenabile
Ringraziamo.
Che noi non dimentichiamo mai gli alberi storpi, battuti dal vento,
Come anche loro gemma, verde e fioritura,
Possiamo anche noi prendere il coraggio di sbocciare dove siamo piantati.
Per l'estate, quando la frutta inizia a maturare sempre di più,
per il verde, gonfiore dell'alta marea estiva,
ringraziamo.
 possiamo fidarci che il tempo non sta per scadere, ma che si sta realizzando, che
possiamo aspettare pazientemente mentre il tempo matura.
Per l'autunno e la sua lenta crescita.
Per quella stagione di ascesa e caduta
estreme, ringraziamo.
Che noi possiamo innalzarci con grazia all'occasione della nostra caduta,
dandoci il tempo sufficiente per andare oltre il tempo,
verso il grande Ora,
nel tranquillo centro delle ruote girevoli.
Ringraziamo per tutte le stagioni
In questa stagione del Ringraziamento.

lunedì 25 novembre 2019

Oggi è la giornata contro la violenza alle donne, è ben triste che siamo ridotti così male da dovere averne bisogno!
Sembra incredibile che dopo 2000 anni di cristianesimo, 2500 e rotti di Buddhismo, quasi 200 di psicoanalisi ancora ci si comporta come ominidi privi di senno.
La violenza è odiosa in ogni ambito e in ogni forma, ma vederla agita all'interno di un rapporto che dovrebbe essere di amore la rende vieppiù inaccettabile.
Mi auguro che non solo le donne oggi manifestino, ma ogni essere senziente, di qualunque genere....perchè non saremo mai veramente umani finchè non avremo imparato a non agire gli istinti e le pulsioni violente.
Padre Grun , anni fa, accettò di celebrare una sorta di rito di separazione fra due signore omosessuali che avevano deciso di interrompere la loro relazione.Un rito per ringraziarsi vicendevolmente dei bei momenti vissuti insieme e augurarsi felicità per il futuro......forse dovremmo prendere tutti esempio e imparare a celebrare le separazioni e i divorzi, per viverli serenamente e pacificamente , senza questi assurdi scoppi di violenza.
Nessuno è proprietà di qualcun altro, liberamente ci incontriamo e decidiamo di fare un pò di strada insieme e altrettanto liberamente dovremmo poter scegliere di andare per la propria strada!

domenica 24 novembre 2019

Tempo uggioso e pesante, si sta chiusi in casa con un buon libro.
Il libro in questione, trovato a pochi centesimi sul banchetto della Caritas, è un romanzo degli anni 70 di Gino Montesanto  edito dalla , ormai da tempo fallita, Rusconi.
Un auotore che vonse pure il campiello e che ormai nessuno ricorda ,e ristampa, più.
Il romanzo: LE IMPRONTE, come gli altri suoi ha come sfondo il tema dostoevskijano del rapporto conflittuale con la fede.
Leggendo mi ritrovo in molte delle pagine , in fondo ognuno di noi, cresciuto con un background cristiano, finisce per porsi il tema della fede in Dio, che ci piaccia o no.
Che si opti per l'ateismo piuttosto che per un agnosticismo convintto, Dio, ognio tanto ,bussa alla nostra porta.
Che sia frutto di un momento di scoramento, piuttosto che di una crisi esistenziale, il problema deel senso ultimo della vita fa parte del nostro bagaglio culturale occidentale.
C'è un bel da dire che la vita è perfetta e sensata così come è e non dobbiamo trovarci noi un senso...sta di fatto che ogni tanto il problema si ripropone, a meno che non si sia fatta una reale esperienza di illuminazione , di quelle ben integrate in ogni nostra piega psichica.
La tentazione ci cercare un senso ultimo, di tirare le somme e dare un giudizio sulla propria vita è spesso presente e ,in fondo, Dio è la risposta più affine al nostro contesto culturale.
La via del Buddha opta per soluzioni differenti, questo non significa che anche la via Teistica non possa avere una sua validità.( a parte in fatto che bisogna anche intedersi su cosa si vuole dire con la parola DIO).
In ogni caso, la lettura di questo romanzo, mi spinge a riflettere, finanche sui miei percorsi e sul mio rapporto con questa idea, così difficile da rimuovere.
Siamo tutti teisti, anche quando lo neghiamo, fa parte della nostra forma mentis e ,temo, non riusciremo mai del tutto a modificarla,abituati da secoli o millenni ad appoggiarci all'immagine di Dio.
In fondo anche chi si scaglia con veemenza contro il Cristianesimo( spesso non a torto) , in fondo ne riconosce l'importanza, se no, lo ignorerebbe e basta!

P.S.
Tenere in mano questo libro, ormai fuori catalogo da decenni, è anche una bella meditazione sull'impermanenza: un autore famoso e vincitore di premi letterari che ora nessuno, o quasi, ricorda più.
Sic transit gloria mundi! che ci piaccia o meno.

venerdì 8 novembre 2019

Nostalgia, o forse, rimembranza di momenti umanamente e spiritualmente alti ,di incontri significativi.
Si parlava di questo con una amica, ognuno raccontando le proprie sensazioni.
In me prevale decisamente quella del: nulla è più lo stesso.
Sono tornato poco tempo fa nel monastero che ha assistito ai miei primi vagiti spirituali , ho ritrovato il mio amato maestro dei novizi, ma la sensazione ultima è stata che nulla era più come allora!
Tutto cambia, soprattutto il nostro modo di vedere/sentire e, anche se i muri erano gli stessi e pure alcune persone ,il mio sentire era differente.
Sarà la vecchiaia incipiente , sarà che non c'è più la freschezza giovanile, non so, certo ciò che si prova è diverso, velato da una vigliacca malinconia per il tempo che fu..
So bene che un buon meditatore sta nel qui e ora ecc.ecc. ma va da sè che siamo umani e ogni tanto certe malinconie ci prendono,tutti quanti.
Ovviamente è un errore crogiolarsi in queste emozioni, quel tempo non è più e dobbiamo vivere il nostro tempo,che è questo.
C'è un tempo per ogni cosa, come dice il Qoelet:
[1]Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
[2]C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Non sempre sappiamo in quale tempo viviamo, ma è importante cercare di assaporarlo totalmente.
Piangete tutto il vostro pianto e ridete tutto il vostro riso, amate pienamente, vivete totalmente e quando sarà il momento, morite semplicemente, senza rimpianti.
Pemettiamoci ogni tanto la malinconia, perchè c'è un tempo anche per quello, ma poi riconnnettiamoci con l'attimo presente.


martedì 29 ottobre 2019

un testo che dice tutto.......non saprei cosa aggiungere!

Come il Divino cresce in noi
David Steindl-Rast
Forse è appropriato, col tema “Come il Divino cresce in noi”, iniziare con un momento di silenzio, in cui Lei stesso o Lei stessa entra in relazione con quel che intende per “Divino”.
In questo tema per me la parola decisiva è “in noi”. Io parlerò in base alla mia esperienza e mi rivolgerò alla Sua esperienza del tutto personale. Faccio per così dire appello alla Sua esperienza, perché su di un tema così si può parlare solo per esperienza. Spero dunque che Lei verifichi sempre in base alla propria esperienza quel che dico qui.
Vorrei scorrere il titolo parola per parola. Con “Divino” intendo ciò che Dorothee Soelle chiama il “Più”. Più e sempre più, più in tutte le dimensioni. La parola “Dio” e “Divino” è così appesantito, che in realtà dobbiamo trovare un’altra parola. “Più” è molto appropriato. Non soltanto più allo stesso livello, bensì più a sempre nuovi livelli, in sempre nuove dimensioni. È questo “Più” che sta cuore a noi come esseri umani. Vogliamo trovare significato, ma solo se entriamo in relazione con questo “Più” possiamo trovare significato.
Cosa intendo con il “Divino”? In noi personalmente, ma anche nel mondo nel suo insieme - anche se non dovunque allo stesso modo - stiamo attualmente varcando a tutti i livelli la soglia di una nuova comprensione di questo “Più”. Sta irrompendo qualcosa di totalmente nuovo. Qui tratteremo in parte anche di questo.
Per quel che riguarda la “crescita in noi”, come può crescere questo “Più” in noi?
Tramite la nostra consapevolezza di questo “Più”, se ne diventiamo consapevoli e tramite la nostra relazione con esso, se lasciamo che ci coinvolga. Si tratta dunque di due cose: che ne diventiamo consapevoli e che lasciamo che ci coinvolga. La prima cosa, la consapevolezza, è più l’ambito della spiritualità. Il lasciarsi coinvolgere è più l’ambito della religione. Le due cose sono naturalmente inseparabili, poiché la consapevolezza e il lasciarsi coinvolgere si appartengono nel modo più stretto.  Ma spiritualità e religione possono essere distinte. Non possono essere separate, ma distinte. Da ciò dipende anche il nostro procedimento.
1. Spiritualità
Tratterò il tema spiritualità da quattro punti di vista.
1. Cos’è spiritualità?
2. In che relazione sta la spiritualità con la religione?
3. Cosa inibisce o impedisce la crescita di questo “Più” in noi, del Divino in noi?
4. Come possiamo stimolare questa crescita? Quale può essere il nostro apporto consapevole per stimolare questa crescita in noi?
Ora per il primo punto: Cos’è spiritualità? Qui proporrei che prendiamo come punto di partenza la parola spiritualità, che deriva dal latino “spiritus”. Spirito originariamente aveva il significato di alito di vento, respiro vitale. Proprio come “pneuma”, la parola greca, e “ruach”, la parola ebraica che la precede. Significano tutte respiro vitale e in senso traslato vitalità. Così io vedo la spiritualità come un aumentata vitalità, e cioè in tutti gli ambiti della vita. È un ampliamento del flusso della nostra vitalità. Noi non siamo sempre ugualmente vitali. La maggior parte di noi la mattina è meno vitali che la sera. Ma ci sono anche quelli che la mattina sono ultravitali e che in questo modo fanno disperare gli altri. Abbiamo diversi modi di essere vitali. Anche nelle varie stagioni della nostra vita abbiamo diversi modi di essere vitali. Se siamo vitali sotto ogni aspetto – e ci sono momenti nella nostra vita in cui siamo veramente così vitali -, allora possiamo come pregustare quel che potrebbe significare una spiritualità pienamente vissuta.
Questi attimi accadono in situazioni totalmente diverse e sono sempre sorprendenti.
Possiamo prepararci a questi momenti, ma sono sempre imprevedibili.
Qui sento che devo parlare di Abraham Maslow, che dai più è conosciuto per le sue gerarchie dei valori. Ma egli ha scoperto qualcosa ch’è ancora molto più importante. Le chiama e le descrive come “peak experiences”, in italiano esperienze del picco o esperienze di realizzazione. Vale la pena qui fare un piccolo excursus e dire qualcosa di più riguardo a come Maslow verso la metà del XX secolo ha fatto questa scoperta. Si è posto la domanda: cos’è che rende così vitali certe persone? Cosa le rende così creative? Cosa le rende così sane? Cosa le rende dei veri e propri esseri umani, così come si desidera che gli esseri umani siano? Egli dice: niente nella mia formazione psicologica mi aveva preparato a rispondere a questa domanda. Era sempre solo occupato a trattare malattie mentali e mai orientato a questo: cosa rende così sano un essere umano? Ha speso degli anni occupandosi di questa domanda ed è giunto ad un risultato per lui molto sorprendente. Tutte le persone così vitali, quelle viventi come pure quelle morte che egli conosceva solo dai loro scritti, hanno in comune una cosa: hanno esperienze mistiche. Questa descrizione non ha avuto una buona risonanza nella letteratura psicologica. Egli ha quindi presto cambiato questa espressione in “peak experiences”. Ma per tutta la vita è rimasto fedele al fatto che non c’è differenza tra “peak experiences” e l’esperienza mistica. Si tratta della stessa cosa.
Qual è l’elemento decisivo in una tale esperienza di vetta? Tutti noi ce l’abbiamo. Nel corso delle sue indagini Maslow ha constatato che non solo persone straordinarie hanno queste esperienze, ma che tutte le persone – nei limiti di quanto in psicologia si possa generalizzare – hanno queste esperienze. Egli però ha anche constatato che la maggior parte delle persone poi le reprimono. Alcune persone interrogate al riguardo gli hanno detto di non averne mai parlato a nessuno, perché le consideravano un momento di pazzia. Maslow disse al riguardo: per queste persone forse era stato l’unico istante in cui non erano pazze. Ora La prego di ricordarsi di una tale  esperienza di vetta. Non dev’essere una vetta particolarmente alta. Dipende da quanto alto è l’altipiano da cui Lei viene. Si tratta solo di questo, che Lei abbia un punto di riferimento nella propria esperienza di vita. Citerò quattro punti che caratterizzano un’esperienza di vetta. Ma non si preoccupi se nel suo caso non ci sono tutti. Questi sono piuttosto dei punti di riferimento.
Il primo punto sarebbe: il tempo è fermo. Il che può significare che è passata un’ora ma a me sembrano pochi minuti. Può anche darsi che l’esperienza sia durata solo pochi secondi e che in quell’arco di tempo è avvenuto qualcosa che Le sono sembrate ore. In queste circostanze la consapevolezza del tempo è come cancellata. La cosa decisiva è: siamo nel qui ed ora, nell’istante, siamo totalmente presenti. Questo è un punto importante di queste “peak experiences”.
Secondo, abbiamo un infinito senso d’appartenenza. Non solo verso tutte le persone, ma anche verso gli animali e le piante, i sassi, le stelle, il mare. Se abbiamo un esperienza di questo tipo fuori nella natura, ci sciogliamo nelle nuvole e negli alberi. Siamo uno con la natura. Ci sentiamo uniti a tutto. I stretti confini dell’io sono infranti, sfuocati o cancellati. Terzo, in questi istanti diciamo a qualcosa incondizionatamente sì. Un sì a tutto ciò che è, così com’è. Non giudichiamo, diciamo semplicemente sì. Guardiamo a tutto ciò che di solito chiamiamo buono, che di solito chiamiamo cattivo. Possiamo guardare a tutto, com’è. Rimane buono, rimane cattivo, ma possiamo dirgli sì, così com’è. Diciamo sì a tutto ciò che è.
E infine siamo riempiti da un estremo senso di felicità. Più che felicità. Di solito diciamo che è felicità se avviene qualcosa di buono. Nella “peak experience” l’esperienza della felicità è indipendente da quel che avviene. A volte abbiamo queste esperienze nel bel mezzo di situazioni terribili. In mezzo ad un bombardamento o nel caso di una morte. È una sensazione di felicità che non ha più quasi niente a che vedere con ciò che di solito chiamiamo felicità, perché la oltrepassa di molto.
Questi dunque sono i miei punti, senza che debbano per forza essere in questa sequenza:
1. Il tempo sta fermo, siamo nel qui ed ora.
2. Un’appartenenza illimitata.
3. Un sì a tutto ciò che è, così com’è, senza giudizio.
4. Un estremo senso di felicità.
Questi elementi sono secondo Maslow anche tipici dell’esperienza mistica.
Ora non occorre che lei si preoccupi e dica: ma io non sono un mistico. Il mistico non è una persona speciale, bensì ogni persona è un mistico speciale.
Come si distinguono allora i grandi mistici dalla persona comune? Per il fatto che lasciano che questa esperienza di vita confluisca in tutto ciò che fanno. Altri dimenticano queste esperienze o ne reprimono il ricordo. Se si coltiva l’esperienza mistica e la si lascia fluire nella vita, allora è qualcosa che forma la vita. Questo è il pieno significato di spiritualità. Nella misura in cui noi lasciamo fluire nella nostra vita quotidiana questa esperienza-del-tutto-uno, in questa misura siamo veramente vitali, contenti e presenti.
2. Religione
Come si giunge da questa vitalità, da questa vitalità della spiritualità che ci rende così felici, alla religione così spesso oppressiva e così spesso ben lontana dal renderci felici? Dalla spiritualità giungiamo inevitabilmente alla religione. Però non dico: a questa o quella religione. Qui non ho parlato delle religioni. Parlo della religione. Ogni essere umano ha questa religione. Ora proverò a mostrarLe, appellandomi di nuovo alla Sua esperienza, come si giunge dall’esperienza mistica alla religione, e da qui forse alle religioni.
Iniziamo con la parola religione. La parola latina per religione, religo, significa ricollegare, un ricollegamento all’esperienza mistica. Infatti l’esperienza mistica è creativa – crea la religione. Ora guardiamo più da vicino alla sua esperienza mistica, questa “peak experience”. Cosa succede un momento dopo? Nell’esperienza stessa siamo semplicemente presenti. Non pensiamo a nulla e non vogliamo nulla. Sentiamo questa beatitudine, siamo semplicemente presenti. Ma nell’istante successivo già viene il nostro intelletto che chiede: ma cos’è stato questo? Che ci poniamo questa domanda è inevitabile. Non possiamo impedirlo. Vi diamo una risposta,  originariamente una risposta mistica. Rispondiamo con un’immagine, in  contrapposizione alla teologia, che cerca una risposta convincente dal punto di vista della ragione. Il mito precede di molto la teologia. Ma comunque noi in un modo o nell’altro reagiamo alla domanda: cos’è accaduto qui? Anche se Lei non vuole avere niente a che fare con la religione, in un modo o nell’altro risponde comunque a questa domanda. Il suo intelletto le chiede una risposta riguardo a quel ch’è accaduto. Questo procedimento è dunque inevitabile. Da questa risposta si sviluppa la dottrina. Il mito stesso implica già una dottrina, spesso con un contenuto molto più ricco della teologia. Io vedo la relazione tra mito e teologia simile alla relazione tra poesia e critica della letteratura. Sappiamo tutti che dopo un po’ i critici letterari si interessano meno alla poesia, quanto piuttosto agli altri critici letterari. La cosa decisiva per Lei comunque rimane che Lei, anche se ha solo una Sua religione privata, deve elaborare intellettualmente l’esperienza mistica e perciò ha anche un punto di partenza, che nelle religioni poi diventa una dottrina.
3. Morale
Vi si aggiunge anche un’altra cosa. Dopo l’intelletto entra in gioco anche la Sua volontà che pretende: sì, questo lo voglio, essere così connesso con tutto, essere così felice. Voglio questo senso d’appartenenza, di cui abbiamo una profonda nostalgia. Poiché così si deve vivere, così voglio vivere. Con questa pretesa siamo alla morale. Qui già inizia l’etica. Diciamo spesso che i vari popoli del mondo hanno ciascuno la propria morale, il che mostra che la morale è qualcosa di fatto e fabbricato da noi. Ma se si guarda più attentamente, si vede che ogni morale, sia essa molto primitiva o raffinata ed elaborata, è dappertutto la stessa. Ci comportiamo in modo moralistico con le persone alle quali apparteniamo o alle quali vogliamo appartenere.
I vari sistemi morali stabiliscono chi può appartenere ad un determinato gruppo. Inizia con un gruppo piccolo, quella della famiglia o della stirpe. In molte lingue e culture si designa il proprio gruppo con la stessa identica parola con cui si designa l’essere umano.
Nei confronti di queste persone ci comportiamo in modo moralistico, perché ci appartengono, in contrapposizione agli altri, gli estranei, che non ci appartengono.
Oggigiorno abbiamo varcato una soglia, dopo la quale da nessuna parte è più permesso tracciare questi limiti esclusivi dell’appartenenza. Oggigiorno la nostra appartenenza è illimitata. Per cui ogni limite d’appartenenza che tracciamo è  immorale. Neanche gli animali vanno più esclusi. Tutto il cosmo va incluso in questa appartenenza. Solo così una nuova morale può aiutarci ad andare avanti o avere una sua giustificazione. Riassumiamo: l’intelletto interpreta. La volontà ci impegna da dentro. Noi ci impegniamo volentieri e ce ne rallegriamo: così voglio vivere per appartenere.
4. Rituale
Come terza componente sopraggiungono i sentimenti: i sentimenti vogliono festeggiare l’esperienza mistica. Ci portano ad un rituale. Anche se Lei vuole rimanere nella Sua propria religione privata, Lei festeggia le Sue esperienze mistiche. Supponiamo che Lei abbia avuto un’esperienza mistica su una certa montagna, che Lei abbia avuto lì un’esperienza di vetta.
È facilmente possibile che in occasione di una festività Lei torni ad andare a fare una escursione su quella montagna. Lei vuole tornare a vivere quell’esperienza. Forse Lei non la può più vivere in quel modo, ma Lei va a farvi un pellegrinaggio, per viverla di nuovo. O Lei si ricorda di quel giorno ed ha con ciò iniziato un calendario rituale, anche se solo agli inizi.
Ogni religione inizia con un’esperienza mistica del fondatore. In alcuni casi, come nel caso di Mosè, di Gesù, di Buddha e di Maometto, si può chiaramente risalire a questa esperienza mistica. In altri casi non la si può rilevare così chiaramente, ma noi sappiamo che ogni religione inizia con un’esperienza mistica del fondatore o dei fondatori e che poi si sviluppa in una dottrina, in etica e morale e in rituali.
5. Il cuore di ogni religione è la religione del cuore
Dopo la morte dei fondatori questa esperienza viene trasmessa e portata avanti da una comunità. Senza comunità niente religioni. Noi sappiamo per esperienza quanto sia bello e meraviglioso appartenere. Nel corso del tempo questa comunità trasforma la fonte originaria. Il passaggio dall’esperienza mistica alla comunità religiosa lo si può comparare con l’erompere di una sorgente di acqua viva da una roccia, che dopo un po’ di tempo si gela nell’inverno delle abitudini. La dottrina allora si gela nel dogmatismo, la morale o l’etica si gela nel moralismo, il rituale si gela in ritualismo. Per tutte le religioni sussiste il pericolo dopo un po’ di tempo dell’irrigidimento della trasmissione.
Possiamo fare qualcosa che abbia l’effetto opposto a questo irrigidimento? Sì. Abbiamo sempre nuove occasioni di ritornare alla nostra particolare esperienza mistica, al calore di questa esperienza che scalda il cuore e così possiamo sbrinare dal di dentro la struttura congelata. Ma la struttura non è solo un impedimento, può anche darci molto. Comprendo pienamente se qualcuno vuole lasciarsi alle spalle e rifiuta le religioni così come si mostrano oggi. Ma per mia esperienza devo dire: queste  strutture possono anche darci molto, per esempio sostegno, stabilità, forza, connessione con il passato, guida nella giovinezza e nell’infanzia. Queste tradizioni sono difficili da sostituire.
Ma dobbiamo continuamente rinnovarle, scaldarle e ravvivarle dal cuore. Il cuore di ogni religione è la religione del cuore.
Per questo non possiamo aspettarci dalle religioni che vi entriamo come in un treno e che ci portino come di per sé ad una meta agognata. Invece di essere mossi dobbiamo muoverci noi stessi.
6. Visioni di Dio
Che cosa impedisce che il Divino cresca in noi? Molto spesso è l’immagine di Dio o la visione di Dio che ci propone una certa religione, che ci ha proposto la nostra religione. Sarebbe compito della religione sostenere la spiritualità, invece spesso le intralcia la via. La nostra visione del mondo, come la nostra visione di Dio, è fatta di molte supposizioni che non sono comprese in una visione d’insieme né vengono messe in dubbio, eppure la nostra visione del mondo e di Dio è decisiva per la nostra vita, sia in ciò che accettiamo che in ciò che rifiutiamo. La nostra visione di Dio oggi è influenzata in modo decisivo dalla nostra idea che Dio sia separato da noi.
Le esperienze mistiche rendono “più”, le religioni insegnano. Nell’insegnamento interpretiamo il “più” che abbiamo incontrato nell’esperienza mistica. Questo “Più” è stato molto spesso interpretato ed esercitato come potere. Nell’esperienza mistica incontriamo qualcosa di potente, qualcosa di superpotente. Questa potenza le religioni l’hanno spesso presentata come un dominio. Dio allora è l’altro che ci domina ed è separato da noi.
In questo contesto dobbiamo vedere anche il significato che diamo al peccato. Originariamente peccato, in tedesco, significava deviare e separarsi1. Peccato e separarsi qui hanno una stessa radice. Il peccato ci estranea dal nostro vero sé e dall’esperienza del “Più”. Nelle dottrine delle religioni al peccato sempre più spesso è stato dato un significato giuridico, come se uno che ha il potere sedesse là in alto. Così il peccato diventa una colpa e dev’essere punita.
Noi possiamo vedere questa colpa anche dalla prospettiva dello sviluppo storico, come ciò che nel nostro sviluppo personale non ci ancora è riuscito. Dall’esperienza del peccato cresce poi lo stimolo a cercare ciò che ancora non ci è riuscito per poi realizzarlo.
L’idea di un Dio che ha potere su di noi ci allontana anche dal contenuto originario dei rituali. Ci allontana dal servizio a Dio come servizio alla vita attraverso la celebrazione ed anche attraverso il lavoro. Il servizio a Dio allora assomiglia piuttosto ad un cerimoniale di corte. Queste falsificazioni della visione di Dio ci impediscono di comprendere sempre più profondamente questo “Più”, di realizzarlo, volendolo sempre di più, e di celebrarlo in modo sempre più gioioso e creativo.
7. Vivere in gratitudine
La domanda ora è questa: come possiamo stimolare la nostra crescita spirituale? La risposta è a portata di mano. Correggendo e rinnovando continuamente la nostra visione di Dio attraverso la viva esperienza di Dio. Noi abbiamo quest’esperienza di Dio. Abbiamo quest’esperienza del “Più”. Ci è sempre accessibile. Dobbiamo solo coltivarla. Come facciamo esperienza di questo “Più”? Leggo al riguardo alcune righe di Rilke, tratte dai Sonetti ad Orfeo:
Eppure l’esistenza per noi è ancora incantata; eppure in cento posti è ancora origine. Un gioco
di pure forze che non riesce a toccare nessuno che non si inchini e le apprezzi meravigliato.
Queste righe valgono ancor oggi, sebbene questa poesia inizi con le parole: Tutto ciò ch’è stato raggiunto è minacciato dalla macchina.
Comunque vale: in molti posti l’esistenza è ancora incantata, è per noi ancora origine, un gioco di molte forze, che non può toccare nessuno che non si inginocchi ed ammiri meravigliato.
Possiamo lasciarci coinvolgere da queste forze. Esiste una via spirituale in questa direzione, che personalmente sento più vicina delle altre. La definisco “vivere in gratitudine”, semplicemente questo. Diventiamo consapevoli che questo “Più” è l’essenza di tutto ciò che c’è, la fonte di tutto. Diciamo sempre: c’è questo e c’è questo - tutte cose che l’essenza dà. Tutto ciò che c’è, c’è in quanto lo dà l’essenza. Questa essenza di per sé non è qualcosa, ma è il non, da cui tutto fluisce. È la sorgente divina, è la fonte madre, il fondo In tedesco peccato è “Sünde” che ha una radice simile a “sondern”=separare. In italiano c’è una correlazione simile tra errore ed errare, dove per errore si può intende un deviare dalla verità, o dal vero Sé.
2 Nel testo tedesco ”Es”. Il seguente gioco di parole di David Steindl Rast su “es gibt das”, che letteralmente significa “c’è questo”, dove “es gibt”=c’è, essendo formato dal verbo “geben”=dare può essere letto anche come l’essenza dà, non è riproducibile in italiano. madre di tutto ciò che c’è. È il mistero dal quale veniamo e verso il quale andiamo. Nei confronti di questa sorgente ci viviamo come un regalo. Anche noi abbiamo qualcosa che l’essenza dà. Veniamo donati a noi stessi. Non ci siamo comprati, non abbiamo trattato per averci. Nei momenti peggiori forse non ci vogliamo. Ma che lo vogliamo o meno, ci veniamo regalati. Nei confronti di questo regalo c’è solo una risposta giusta ed appropriata: questa è gratitudine. In questa gratitudine troviamo sempre nuovo ciò che c’è, quel che l’essenza dà: la vita, l’amore, il sapere, la gioia, la musica. Prendere tutto questo così è il nostro modo di dire grazie. Il nostro grazie rifluisce al non, all’essenza che tutto dà. Come teniamo viva in noi questa corrente? Semplicemente ringraziando, semplicemente vivendo l’istante. Per esempio, essendo consapevoli quando apriamo il rubinetto dell’acqua quale dono questo sia per noi. O essendo consapevoli quando accendiamo la luce quale dono sia per noi anche questo. Se ci capita di vivere in zone in cui non c’è né acqua buona né la luce elettrica, diventiamo ben consapevoli che doni siano.
Vivere nella consapevolezza di vedere le altre persone e la natura come un dono è quel che intendo per vivere in gratitudine.
Ora Le leggo ancora una breve poesia di Rilke, poiché inizia con la parola “silenzio” e finisce con la parola “grazie”. Indica che riusciamo a vivere in gratitudine solo se ci lasciamo coinvolgere dal silenzio.
Se almeno una volta ci fosse veramente silenzio.
Se ciò ch’è casuale e approssimativo ammutolisse e il ridere dei vicini, se il fruscio che fanno i miei sensi non mi impedisse così tanto il risveglio, -:
Allora potrei pensarti in un pensiero mille volte maggiore, fino al tuo limite e possederti (solo per la durata di un pensiero) per ridonarti a tutta la vita
come un grazie. Questa è una poesia al “Più”, una preghiera al “Più”.
8. Preghiera
Nella preghiera si uniscono tre ambiti. All’inizio sta il silenzio, la preghiera del silenzio, sul quale non possiamo dire nulla. Ci è solo concesso lasciarci sprofondare in questo silenzio, per incontrare in essa il “Più”. Quanto più sprofondiamo, più e sempre più, tanto più facciamo esperienza di noi stessi in questo “Più”. La capacità di pregare così ce l’ha ciascuno di noi.
Il secondo ambito di questa preghiera è più familiare a noi occidentali. Lo possiamo descrivere come un “vivere secondo la parola di Dio”. Con ciò diciamo che tutto ciò che c’è è parola. Se c’è, parla. Il non si esprime in tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste è dunque parola divina. Possiamo farci coinvolgere da questa parola in molteplici modi.
Dovunque ci lasciamo coinvolgere dalla parola, da ciò che c’è, e lo trattiamo con riverente rispetto, rispondiamo con un sì alla parola e diciamo questo sì incondizionato. Sì, ci sono. Poi questa parola ci nutre. Ogni parola può nutrirci, se rispondiamo in questo modo. Il terzo ambito, che per molti di noi è relativamente sconosciuto, sebbene ci viviamo dentro in continuazione, si chiama meditatio in actione: trovare Dio nel fare. Troviamo costantemente Dio nel fare. Pensi alle madri, pensi agli insegnanti. Troviamo costantemente Dio nel fare. Il fare è un mondo della preghiera, un mondo della preghiera curata da secoli. Dunque, trovare il “Più”.
Qui si vede che effetto guaritore può avere una tale penetrazione nel “Più”. Quanto guarisca cercare di comprendere sempre più questo “Più”, volendolo sempre più realizzare, celebrandolo sempre più gioiosamente e creativamente in una festa a cui partecipano tutto il mondo e tutte le religioni.
9. La visione condivisa di Dio
Chiunque conosca anche solo un poco il Buddismo, sa quanto nel buddismo sia centrale il silenzio e il tacere. Studiando il buddismo a volte, nei discorsi con il mio maestro, se mi sembrava di aver capito qualcosa gli chiedevo: “E’ così?” Al che egli sempre iniziava a ridere e diceva: “E’ completamente giusto. Peccato però che tu lo dica.”
Nel Cristianesimo dobbiamo dirlo. Apparteniamo alle tradizioni dell’amen, al Giudaismo, al Cristianesimo, all’Islam. Apparteniamo a quelli che fanno riferimento alla parola. La parola è anche un modo di incontrare il “Più”. Questo è il nostro modo. Il terzo modo è quello del comprendere. Questo è l’ambito dell’Induismo. Nell’Induismo non si tratta in prima linea della né parola né del tacere, ma si tratta di comprendere. Yoga significa collegare. Yoga significa comprendere. La pratica spirituale dell’induismo connette la parola ed il silenzio nel comprendere. Cosa significa qui comprendere? Che noi ci dedichiamo alla parola che viene dal silenzio in modo tale che ci porti là da dove viene: nel silenzio. Se ci dedichiamo alla parola e ci lasciamo portare dalla parola nel silenzio, comprendiamo.
Nella nostra “peak experience”, nella nostra esperienza mistica, per tornare ad essa, diciamo: l’essenza è questo. È questo quello che aspettavamo. Come se tutta la nostra vita non avessimo aspettato altro che questo. L’essenza è questo cha accade ora. Sottolineiamo “questo”. Questo è la parola. Qualsiasi cosa ci sia: è questo. I Buddisti dicono: questo è l’essenza. E anche questo è l’essenza. E anche questo.
L’essenza è tutta contenuta nel silenzio, nel nulla, da cui tutto proviene.
Gli Indù dicono: perché litigate? Questo è l’essenza. Solo così la comprendiamo.
Così quindi posso, e con questa frase vorrei concludere, immaginarmi le religioni come un girotondo in cui tutti balliamo. “Questo è l’essenza”, dovunque vogliamo porre l’accento, gli Induisti, i Buddisti, i Cristiani, gli Ebrei, i Mussulmani, tutti, incluse le religioni della Natura. Balliamo tutti lo stesso ballo. Il significato di questo ballo non lo si può percepire da fuori. Poiché da fuori vediamo che i movimenti vanno in direzioni opposte.
Ma se ci teniamo per mano e balliamo insieme agli altri, sentiamo l’unità in questo ballo.
Abbiamo bisogno di condividere questo ballo oggi nel mondo. In esso Dio non è più separato da noi. In esso facciamo esperienza di Dio in noi, e noi in Dio. Questa visione di Dio ci collega tutti.

lunedì 21 ottobre 2019


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oggi c'è un vento caldo decisamente anomalo, molto più che un'ottobrata...e questa turbinare di foglie e piegarsi di chiome mi sorprende e stupisce.
La vita è stupore, a volte di fronte alla bellezza ,a volte della sofferenza e del dolore, finche riusciamo a stupirci siamo vivi.
Proprio per questo mi discpiaccio vedendo così tante persone perdersi nei cavilli filosofici/teologici ecc. eccitate nel voler dimostrare che quella determinata teoria è meglio di un'altra ,che il loro credo è più vero di quelli altrui e chi più ne ha più ne metta.
La vera pratica meditativa è aprirsi allo stupore del mistero della vita,niente di più e niente di meno, è riuscire a lasciar andare i giochi mentali e fruire del vivere così come si manifesta in questo preciso momento.
In questo giorno mi godo il vento caldo, ieri la nebbia, domani chissà......basta aprirsi,lasciare la mente silenziosa e il miracolo della vita si manifesta!

 vangelo di Tommaso sesta puntata.........poi stop......questo blog non ha visualizzazioni.( due/tre)....le prossime puntate le trovate sul ...